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L_Antonio
Odio gli indifferenti


Gli Ultimi


28 giugno 2010

Abbecedario

Marco Simoni e Tito Boeri, in due articoli convergenti almeno dal punto di vista ideologico, ostentano lo stesso fastidio verso chi non è disposto a cedere diritti in cambio di lavoro. Simoni dice che oggi è una norma, non un’eccezione, cercare il "compromesso" per una prospettiva più "solida", ed è per questo che il caso di Pomigliano non sarebbe affatto uno spartiacque. Anzi, milioni di nuovi occupati da 15 anni lavorano con diritti minori rispetto a quelli accordati agli operai campani. Dunque, che vogliono costoro? Tito Boeri, da parte sua, scrive letteralmente: "Stupisce il fatto che in Italia si parli di diritti fondamentali violati, di lavoratori oppressi dalla globalizzazione, quando si discute di un accordo collettivo che, in una delle aree più depresse del Paese, offre lavoro a chi comunque oggi riceve i trattamenti di CIG, come a Pomigliano". Diceva Fantozzi che bisogna essere grati al signor Agnelli, perché oltre a darti lavoro ti paga pure. Entrambi (magari involontariamente) contrappongano i cosiddetti garantiti (che sarebbero gli operai e gli statali) ai cosiddetti non garantiti (che sarebbero i precari di vario titolo). Sembra la riproposizione in chiave moderna della teoria delle due società di Asor Rosa. Ma con una specie di fastidio antisindacale, antioperaio, persino antimeridionale.

Contrapporre la classe operaia (o quel che ne resta) ai precari ed agli altri soggetti sociali deboli che non fanno movimento, né fanno sindacato, che non sono soggetti collettivi e che non hanno "speranze" sociali, è davvero un incredibile suicidio politico. L’ex movimento operaio è sempre stato un punto di riferimento per tutti i "deboli", non è mai stato "corporativo" ed ha svolto una funzione nazionale, di classe generale, come si diceva una volta. Il movimento sindacale ha sempre lottato anche per chi non poteva (o persino non voleva) farlo. Più quel movimento era forte, più erano forti tutti gli altri. Per questo bisogna fare il "tifo" per gli operai, e non contrapporre loro gli invisibili, i precari e i poveri in genere. Il vero rischio è che la società del futuro divenga sempre più frammentata, desindacalizzata, spolicitizzata, e dunque ancor più precaria, perché priva del sostegno forte di un movimento unitario. Senza un movimento sindacale forte, il rischio che tutto si disperda è davvero concreto. Tutto questo, una volta, era l’abbecedario che veniva insegnato a chi entrava per la prima volta in una sezione del PCI. Il termine "unità" (che una volta era una specie di tormentone) aveva questo senso specifico, non era solo la testata di un quotidiano, su cui peraltro Simoni scrive abitualmente. I cosiddetti "nativi", quelli che oggi aborrono il termine di "compagno", tutto questo nemmeno lo sospettano.


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25 giugno 2010

Nuovi interpreti

 

Il capitalismo finanziario (quello di carta) sembra aver dimenticato quello produttivo (quello dei beni reali). Come se il secondo fosse una specie di parente povero. Sarà per questo che gli operai sembrano attori invisibili. Ma anche la politica sembra aver scelto il campo della finanza e dei bilanci. Si parla soltanto di manovra, spesa pubblica, titoli, indebitamento, indici finanziari, e si tace di tutto il resto. Il ministero per le attività produttive è nelle mani di Berlusconi, a interim. Quasi ci si è dimenticati che Scajola se n’è andato e nessun altro lo ha rimpiazzato, nemmeno un Brancher qualsiasi.

L’economia è diventata di carta, e così pure il cervello sociale, intento solo a far conti sui dividendi e sugli andamenti borsistici. Eppure la nostra vita è fatta di bisogni reali, che debbono essere soddisfatti da beni materiali. La produzione, per quanto sempre più immateriale, tale resta. E a qualcuno toccherà pure organizzare l’andamento dell’offerta e il sistema produttivo: differenziarlo, gestirlo, orientarlo alla domanda. Cose desuete? Non credo. Provate a mettere in un panino una cedola azionaria: un vero schifo, roba da prendere a calci l’ultimo broker di Wall Street. Ho come l’impressione che l’immateriale abbia ormai schiacciato il materiale, e il virtuale abbia sopravanzato massicciamente il reale: non nella vita vera delle persone (e degli operai) ma nelle nostre menti massmediate e finanziarizzate.

Se proprio dovessi indicare alla sinistra una strada da seguire da qui al futuro, per recuperare un ruolo e un senso direi: c’è un mondo di persone in carne e ossa che attendono risposte molto concrete sui temi dell’equità, dell’uguaglianza, della coesione sociale, delle libertà e dei diritti. Sono cari vecchi temi socialdemocratici (e in parte liberali) che, data per morta la socialdemocrazia, attendono nuovi interpreti riformisti (se ce ne fossero, tra un blog e l’altro). Ripropongono l’esistenza del sociale contro l’ubriacatura individualista di questi anni, suggerendo che questo stesso individuo debba sentirsi meno “proprietario” e un po’ più solidale, senza perciò considerarsi meno libero, anzi. Una strategia dell’eguaglianza sarebbe l’uovo di Colombo, la quadratura del cerchio: da una parte, svolgendo un compito storico (nel tempo di una crisi epocale), si interverrebbe sulle profonde iniquità e ingiustizie di questi decenni; dall’altra si ritroverebbe un’identità, un senso, una direzione di marcia per genti e dirigenti che oggi appaiono troppo professionalizzati o sin troppo smarriti.


23 giugno 2010

La globalizzazione de' noantri

 

Che farà Marchionne ora che la ratifica dell’accordo a Pomigliano non è stato un plebiscito, anzi? La Fiat non voleva vincere, ma stravincere, e così non è stato. Tant’è che il titolo è segnalato in ribasso. È la dimostrazione che l’attuale incertezza non diminuisce utilizzando la pialla sull'asprezza del confronto sindacale, e che le prospettiva dell’azienda e dei lavoratori non escono illuminate da questo convulso passaggio. L’Italia non è il Pakistan o la Polonia, per quanto la globalizzazione si affanni a imporre a tutti regole durissime. È qui la contraddizione di fondo: la nostra è una storia di democrazia politica e sindacale, tutele, dignità del lavoro, salvaguardie sociali. Difficile, molto complicato fare tabula rasa di questo retroterra, che si chiama storia, cultura, costume. Solo un Paese in ginocchio sarebbe disposto a tutto, pur di sopravvivere a una crisi di così vaste dimensioni. E l’Italia non è ancora allo stremo sino a questo punto.

Si dirà: questa è una chance imperdibile per trattenere in Italia lavoro e investimenti. Bene. Non la si poteva fare senza chiedere la compressione di diritti inalienabili e indisponibili? Perché la Fiat ha voluto stravincere, spianando la strada a un modello che non vuole delle normali relazioni industriali ma la sconfitta e il silenzio di una parte sociale? Perché l’azienda di Torino vuole diventare una specie di “Wal Mart” italiana? Io credo per alzare la posta, e ricattare anche la maggioranza di governo, ventilando la fuga in Polonia o Brasile, ove anche un solo particolare del piano in atto non corrispondesse al disegno strategico complessivo.

Torno a dire che a Marchionne convenga di più produrre all’estero (lo dicono le cifre), ma non sia completamente libero di farlo. Il governo deve trattenere investimenti se non vuole trovarsi di fronte una questione sociale “traboccante” e incontenibile. E deve radicare in Italia la Fiat, prospettandole la carota di un nuovo articolo 41 e di una maggiore libertà all’impresa. Il patto tra capitale e lavoro, tuttavia, si regge da sempre sulla garanzia di condizioni di vita dignitose, diritti e servizi di welfare adeguati. In mancanza di questi, i ceti bassi (persino molto ceto medio proletarizzato) diranno: basta così, non ce la faccio più e non ci sto più. Con conseguenze drammatiche sul piano della tenuta politica e sociale. E questa è una situazione che Berlusconi non può certo permettersi, impegnato com’è a garantire la sopravvivenza di un governo che già fa acqua da tutte le parti.

Oggi Luciano Gallino su Repubblica spiega che un esito così drammatico, in realtà, non sarebbe scongiurato dalla “globalizzazione” de noantri in corso. Il modello Fiat (con l’escalation possibile di una rottura delle tutele, una compressione ancora più forte di diritti e salari e la de-sindacalizzazione), se potenziato ed esteso, approfondirebbe le disuguaglianze di reddito, con una susseguente riduzione dei consumi e un’ulteriore stagnazione della domanda interna. Esattamente ciò che si dovrebbe evitare. La vittoria di Marchionne potrebbe essere, da questo punto di vista, una medicina peggiore del male. Produrremmo qualche Panda in più, ma pochi avrebbero la capacità economica di acquistarle. Bel capolavoro, non c’è che dire.


21 giugno 2010

Ciao Darwin

 

Che Paese è quello in cui i principali attori sociali sembrano non avere “alternative”? Non ne hanno gli operai di Pomigliano, difatti, costretti a subire il ricatto bello e buono di un rilancio della produzione solo in cambio della rinuncia a diritti peraltro indisponibili a tutti, per primi a loro stessi. Nemmeno sembra averne la Fiat, che vorrebbe tanto restarsene in Polonia (dove il costo del lavoro è molto più basso e l’ubbidienza della classe operaia molto più alta) ma è costretta ad accettare la sfida di Pomigliano. Ma perché Marchionne ha scelto l’Italia (ritengo persino a malincuore)? Io credo per una ragione semplicissima, quasi lapalissiana: cosa ne resterebbe dell’Italietta berlusconiana se i livelli dello scontro sociale (quello vero, quello delle classi) si alzassero al punto da apparire ingovernabili, se amplissimi strati di popolazione si trovassero più nudi di quanto già non siano, coperti solo dalla foglia di fico degli annunci sbiaditi di una maggioranza al capolinea?

Ho come l’impressione che l’intesa tra Governo e Confindustria preveda, si, la libertà d’impresa da una parte ma anche un contributo delle imprese stesse (Fiat in testa) ad attenuare, dall'altra, gli effetti della globalizzazione sul nostro “corpo” sociale. Un do ut des, uno scambio tra le mani libere, da un lato, e una compressione degli effetti sociale della crisi, dall’altro. L’impresa è chiamata ad assumere su di sé una sorta di “responsabilità nazionale” (mantengo le produzioni, ma gli operai non rompano le scatole), ottenendo in cambio la rivincita su lacci, lacciuoli, regole, regolette, salvaguardie sociali di ogni genere. Tutto qui il compito della politica, dunque: fare mercato con l’impresa e scambiare quote di potere con la Confindustria, le lobbies, gli attori sociali più forti. Una politica minimalista, una specie di guscio vuoto.

Eppure l’alternativa ci sarebbe, altro che. Sarebbe bastato intendere la concorrenza internazionale come una sfida sulla qualità, sull’innovazione, per il rilancio di originali strategie di impresa, invece che come pura e semplice corsa al ribasso sui salari e sui diritti. Proprio vero, quando la grande impresa scende pesantemente in campo lo fa quasi sempre sospinta da istinti animali, darwiniani, e mai mette antepone la propria intelligenza (ad averne, ovviamente). Far pagare i soggetti deboli è la ricetta più abusata e noiosa che si conosca. Basta non esagerare, però, perché poi potrebbe davvero succedere che la corda, già tesa e sottile, si spezzi.


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permalink | inviato da L_Antonio il 21/6/2010 alle 12:14 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa


17 giugno 2010

Sfida all'Ok Corral

 

Pomigliano è una specie di Caporetto. Non tanto perché si è spaccato per l’ennesima volta il fronte sindacale. Sarebbe il minimo. Quanto perché l’aut aut di Marchionne appare davvero un aut aut insuperabile, un prendere o lasciare senza alternativa possibile. Il referendum sarà un plebiscito, diciamo la verità. Il “peso” del sindacato, della sinistra e dell’ex movimento operaio è riducibile oggi a quello di un colibrì. Come al tempo della Tatcher, there is no alternative. Il mercato del lavoro è talmente vasto e segmentato, la sinistra è talmente debole, la globalizzazione così pervasiva anche nel suo lato oscuro, che Marchionne ha giocato l’asso, mentre noi abbiamo in mano appena scartina.

Ma allora, che vuol dire Veltroni quando parla di accordo duro, ma inevitabile; quando dice che non c’è nessun ricatto e che questa è una sfida. Una sfida? Ma se non c’è partita! Se persino la FIOM dice “no” più che altro per testimoniare una flebile speranza. Sfida vorrebbe dire forze che si confrontano e giungono a un punto di equilibrio soddisfacente per entrambi. La sfida genera un compromesso, un sur place produttivo. In realtà in campo c’è una sola squadra, e il risultato non è affatto in discussione.

Parliamoci chiaro: che vuol dire “riformismo”? Che va tutto bene Madama la Marchesa? Che anche un pugno in un occhio è un passo in avanti? Che i ko tecnici per manifesta superiorità sono una sfida? No. “Riformismo” vuol dire realistico progetto di cambiamento, vuol dire uscire dalla testimonianza per intraprendere un coraggioso percorso di equità, giustizia, redistribuzione delle ricchezze e crescita democratica. Il resto, nel migliore dei casi, si chiama conservazione.

Se scoprono anche lor signori (come hanno già scoperto) che there is no alternative, la ricetta di Pomigliano verrà esportata anche a Termoli o Mirafiori, e poi all’intera società italiana, su su fino alla politica e alle massime istituzioni. Su su fino alla democrazia: 700 miliardi di euro investimenti per lavorare a metà stipendio, oppure per eleggere solo la metà degli eleggibili, o anche per ridurre il suffragio ai soli uomini, agli ultra quarantenni, ai soli possidenti, oppure per diminuire progressivamente il numero dei parlamentari eletti rispetto a quelli designati dal Direttorio di Arcore. Una sfida, direbbe Veltroni. Non capita, ok, ma se capita?


16 giugno 2010

Il vento

 

Nell’editoriale di Marco Revelli, oggi, sul manifesto, c’è tutta la tragedia di questi anni e ancor più degli anni a venire. A Pomigliano, scrive, oggi non c’è davvero alternativa che piegarsi al ricatto. Solo la disperazione potrebbe spingere gli operai a sottoscrivere un accordo “che li consegna a condizioni di lavoro servili, pur di mantenere un esile residuo di sopravvivenza produttiva”. È la legge del più forte, è lo “stato di natura” reintrodotto dalla globalizzazione, in una sorta di prendere o lasciare, a dettare le nuove condizioni del confronto. Oggi, lascia capire Revelli, queste condizioni, che valgono in particolar modo per le provincie dell’Impero, cominciano a valere anche per noi, per il Sud in primo luogo (e com’è ovvio).

La globalizzazione l’abbiamo finalmente in casa, anche negli effetti perniciosi, non solo in quelli cosmopoliti e della libera circolazione di uomini e merci. Il vento che, come una furia, porta qui I-Pod, container, uomini di ogni etnia, idee, mode, titoli finanziari, tendenze e nuovi linguaggi, adesso trascina anche in modo evidentissimo (non che già non accadesse) disperazione, rischio, incertezza, finanche servitù. Capisco anche meglio "l’essere-gettato" di cui parlava quel tale, che non voleva solo dire “trovarsi qui, esserci oltre la propria volontà”, ma anche essere scaraventati con forza e trascinati in un mondo che scambia la vita umana e i diritti per un oggetto qualsiasi, una merce, un bene disponibile, talvolta anche uno spreco da tagliare con una manovra applaudita da tutti i potenti (e non solo). Sembra retorica, ma sono le cose che nessuno (o quasi) dice più.


15 giugno 2010

Svolta obbligata

 

Ma c’è una “uscita” a sinistra dalla crisi? Oppure siamo combinati in modo tale che, non solo questa uscita non si intravede affatto, ma la domanda appare addirittura mal posta o infondata?

Prendiamo il caso di Pomigliano. Lì si propone un piano industriale con relativi investimenti, a patto che la democrazia sindacale sia di fatto cancellata. In pratica uno scambio tra diritti e lavoro. Oggi non c’è trattativa possibile, non c’è una soluzione riformista visibile, perché il “capitale” globalizzato è talmente forte, che è in grado di sottrarti ogni alternativa. L’ampliamento a dismisura del mercato del lavoro, difatti, si tramuta in una sorta di aut aut: investo se le regole le impongo io, altrimenti me ne vado. Punto.

L’ “uscita a sinistra” potrebbe essere rappresentata, in questo caso, da una trattativa seria, serrata ma produttiva, dove sia possibile salvaguardare le conquiste determinando comunque la crescita di un progetto industriale che salvi tutti, capitale e lavoro, nel punto di massimo equilibrio possibile. Ma i margini oggi sono bassi, quasi nulli, anche perché CISL e UIL hanno già firmato, e ciò toglie spazio e tempo alla trattaiva. E la trattativa, quando è positivamente indirizzata alla ricerca di una soluzione condivisa (seppure provvisoria, seppur incapace di cancellare permanentemente i conflitti, anzi) è davvero l’anima del riformismo.

Quello che, tuttavia, trasforma il bivio in una possibile svolta a destra è anche la mancanza di un efficace progetto di sinistra nel Paese. E prima ancora di un partito di sinistra: perché il PD non lo è, e nemmeno lo sarà mai. La nascita del partito democratico ha aperto, purtroppo, una lacuna senza aver scosso granché elettorato moderato. Il riformismo di sinistra, senza un partito corrispondente, rischia di essere un paradosso nel migliore dei casi, una contraddizione insanabile nella peggiore. Che fare? Possibile che la vuota e desolata prateria di sinistra sia lasciata al solo arrembante astensionismo? Che il “fenomeno Vendola” possa crescere più per difetti altrui che per virtù proprie? Che questo Paese non meriti una sinistra riformista come c’è in tutti o quasi gli altri Paesi di Europa?

PS Ho detto riformista, non ho detto socialdemocratica, state tranquilli, lo so che la socialdemocrazia è morta ammazzata e che oggi si naviga a vista. Purtroppo.


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permalink | inviato da L_Antonio il 15/6/2010 alle 16:33 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (4) | Versione per la stampa


14 giugno 2010

Duchamp

 

Fabrizio d’Esposito sul Riformista elencava ieri con infinita pazienza le innumerevoli sigle e associazioni fondate o rette dai colonnelli del PDL. Mi limito qui a riprendere l’elenco: è una specie di ready made duchampiano, si prende e si espone, ed è di per sé significativo:

Italia protagonista (La Russa e Gasparri)

Circoli Nuova Italia (Alemanno)

Fondazione della Libertà (Matteoli)

Polo Sud (Labboccetta?)

Cristiano Riformisti (Mazzocchi)

Magna Charta (Quagliariello)

Movimento per l’Italia (Santanché)

Riformismo e Libertà (Cicchitto)

Riformisti Europei (Vizzini e Bonfrisco).

Si annuncia, inoltre, l’ennesima associazione sull’articolo 15 Cost. (privacy), sempre a firma Quagliariello. Si tace per carità di Patria sui "Paladini della libertà", sul Cuore Azzurro, su finiani, ex finiani e finti finiani. Sui liberal, gli azzurri generici e sulla futura rete dei berlusconiani ortodossi di prossima creazione (Frattini). E si rammenta appena la “Destra protagonista” degli ex tatarelliani. Insomma, una caciara di sigle, contro sigle, fondazioni, associazioni, confraternite, one man band da stordire anche la mente più lucida. Dicono del PD che sarebbe sin troppo frammentato. Io direi che, al confronto, sembra un monolite. Il solito centralismo democratico dei comunisti!


11 giugno 2010

Serbatoi

 

Ciwati ha scoperto che la Lega non ha portato a casa nessuno dei risultati per cui è nata. Eppure governa, dico io, e sembra molto credibile agli elettori del nord. Come la mettiamo? Se è vero quel che dice il possibile futuro segretario del PD (a leggere i sondaggi on line), è pur vero che quelli sono lì, ben piantati nella sala di comando, e si preparano a invadere persino le regioni centrali.

Michele Prospero ha parlato dell’ “apparenza del fare” come cifra della politica del centrodestra (e non solo). Si tratta di un movimento tutto simbolico, una specie di “come se”: ossia, annuncio leggi e provvedimenti “come se” li stessi facendo davvero. Ad esempio, una parola chiave è “inasprire le pene”: è la frase ricorrente dinanzi a ogni genere di nefandezza. Poi non se ne fa più nulla. L’effetto percettivo è assicurato, il resto chissenefrega (il resto sarebbe la realtà dei fatti). Si tratta, dunque, di un simbolismo politico perfetto, col quale riempire appunto i “serbatoi” di cui discute lo stesso Ciwati.

Perché meravigliarsi, se oggi così fan tutti, a partire proprio dai bloggers e da chi ha costruito le proprie fortune sul web e sulla rete (sondaggi compresi)? Più simbolico di questo, che altro c’è? Più virtuale di questo movimento on line, dico. E così, prima di criticare un linguaggio e i simbolismi di cui si è imbevuti, Ciwati dovrebbe dirci quali risultati concreti (anche piccini, anche da incoraggiamento iniziale) ha iniettato lui nel serbatoio del PD. Perché altrimenti dovremmo pensare che si tratta anche qui della solita travolgente “narrativa” (come nelle deliberazioni consiliari), senza alcun “dispositivo a chiudere davvero la partita.



9 giugno 2010

Federalismo urbano

 

È pronto il piano-casa del Comune di Roma. Venticinquemila nuove abitazioni di edilizia sociale in periferia. Sviluppo in verticale (leggi grattacieli); 90-100.000 nuovi abitanti in aree già prive di standard urbanistici adeguati. Così, mentre il centro della città (Roma) vive problemi di traffico, movida, occupazioni di suolo pubblico, degrado generico, l’estrema periferia (non-Roma) diviene sempre più abitata, carente, estesa e anonima.

Il recupero delle borgate e delle periferie dovrebbe partire, in realtà, dai servizi, non da nuovi insediamenti residenziali. Servizi significa: trasporto pubblico, cultura, socialità. Stiamo parlando di quartieri del Comune di Roma che si trovano anche a 20-25 chilometri dal Campidoglio, di cui sono emblemi le ultime borgate abusive (distese di villini senza identità) e i quartieri legali come Ponte di Nona (distese di palazzine senza identità). A sentire gli amministratori di Roma, sembra che il problema sia la selva di cartelloni pubblicitari che deturpano il paesaggio urbano, la sosta in doppia fila, le cacche dei cani. In realtà, la maggior parte dei quartieri di Roma soffrono di anomia radicale, rappresentano una specie di vuoto a perdere e testimoniano la differenza estrema che c’è tra Roma e non-Roma, appunto.

Le cifre sono impressionanti. Il I Municipio (centro storico) e il XVII (San Pietro) sono abitati in tutto da 200.000 residenti circa. Il Municipio VIII, in estrema periferia, conta da solo oltre 300.000 mila abitanti. È dotato di un buon numero di centri commerciali, ma di un solo piccolo teatro pubblico, nessun cinema, nessuna grande libreria e verde zero o quasi: a meno che non si calcolino il cinema multisala e la libreria Mondadori del centro commerciale di Roma Est a Lunghezza (Dio salvi i centri commerciali in assenza di una mano pubblica), l’offerta culturale si limita a una biblioteca comunale a Torre Spaccata (sul confine del Municipio più prossimo al centro) e ad una micro-biblioteca a Borghesiana. Punto.

I 100.000 nuovi abitanti (soprattutto giovani coppie) che andranno a occupare le nuove case popolari, dopo un primo istante di gioia scopriranno ben resto il terribile traffico periferico, gli incolonnamenti, il silenzio di palazzine gettate in mezzo a prati incolti, o scaraventate nei “vuoti” urbani, che sono vuoti anche dal punto dei servizi e della cultura. Anonimato si aggiungerà ad anonimato. Nel frattempo il centro città perderà ancora abitanti, e i bambini li troveremo in futuro soltanto in periferia. Una città che invecchia e che muore tra nobili vestigia classiche, e che invece cresce senza un nome in mezzo ai prati dell’agro.

Ed ecco la proposta. Invece di cancellare le provincie, conferissero vera autonomia amministrativa e di bilancio ai Municipi locali. Una specie di federalismo urbano. Così Alemanno la smetterà di pensare alle periferie come al proprio personale magazzino di roba brutta da espungere dal centro (voleva rimontarci l’Ara Pacis, oggi vuole piantarci i grattacieli e altre case popolari per salvare la skyline del Cupolone). Per cancellare davvero la differenza tra centro nobile e periferia anonima bisogna trasformare le periferie delle metropoli in vere città, con autonomia e responsabilità di bilancio: 19 città al posto di 19 municipi. Solo allora non ci sarà più chi oggi è tentato di nascondere la immondizia della città storica sotto il tappeto sempre più consunto e lacerato della periferia di turno.

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